VIDEO KILLED THE RADIO STARS?

Erano gli anni ’50 quando con l’arrivo della tv si celebrava la morte della radio e della carta stampata.

Erano gli anni ’90 e l’arrivo di internet gridava alla fine della tv, della stampa e della radio.

Quello che è successo nel corso degli anni è che l’innovazione tecnologica ha cambiato il nostro consumo mediatico.

Ma la radio, la carta stampata, la tv sono ancora tutti lì.

Certo cambiati, ma sono ancora lì vivi e vegeti (qualcuno in condizioni di salute non ottimali, come la stampa, ma ci sono ancora a 60 anni dall’arrivo della tv e a 20 dall’arrivo di internet).

Prendiamo come esempio le star dei media, nel corso di questi cambiamenti.

Prima di internet i personaggi televisivi erano dei professionisti.

Pensate ad una Carrà, una Cuccarini o una Parisi.

Non erano delle improvvisate esperte di tendenza: erano ballerine, prestate alla tv.

Ovviamente rispetto agli artisti che venivano dal cinema e dal teatro erano considerati meno: chi veniva dal sistema precedente era ovviamente un vero artista, le nuove icone pop erano tutte-tette-e-culi (per citare un mio parente all’inizio degli anni ’90 quando commentava il nuovo star system fatto di ragazze di Non è la Rai).

Poi è arrivato internet.

Oggi per arrivare in tv e alla pubblicità non serve più (solo) il talento ma un nutrito numero di follower sui social.

Si parte dall’online per arrivare offline e diventare un personaggio di spicco di un programma come il Grande Fratello Vip.

Quelli che i nostalgici, come me, considerano artisti veri (ma  sottolineo: per la generazione precedente alla mia erano comunque scarse copie di artisti veri) si sono reinventati, mettendo a frutto le loro competenze in modo diverso, per restare attuali: chi fa serate evento, chi invece il giudice in qualche talent.

Chi non si è saputo evolvere è sparito (e tendenzialmente parla degli UFO che ci hanno partorito/invaso/guidato, citofonare Marco Columbro).

E questo vale anche per i media in generale: la stampa è quasi morta perché non ha trovato un modo per generare lo stesso valore percepito quando si è andati online; la tv generalista soffre perché non riesce a creare quel valore che viene percepito invece dagli utenti di Netflix quando guardano qualche produzione originale.

Esattamente come i cambiamenti nei media sono stati portati avanti inesorabilmente con lo sviluppo tecnologico (e che ci piaccia o meno viviamo in un mondo dove una Giulia De Lellis ha diritto di parola in diretta nazionale), allo stesso modo sta cambiando la nostra società e il nostro modo di vivere e consumare.

Dire che Amazon sta uccidendo i piccoli negozi, è un’affermazione solo parzialmente vera: se non fosse stato Amazon sarebbe stato un altro player.

Siamo arrivati ad un punto in cui la tecnologia ha destrutturato le nostre abitudini di lavoro, di consumo ma anche di fruizione mediatica: pensate non solo ai vari Netflix ma anche alle reti tradizioni come Rai e Mediaset che permettono di riguardare i programmi online gratuitamente subito dopo la messa in onda, quando e dove si vuole.

 

Fare una crociata radical chic contro Amazon (inteso come emblema di un’innovazione che impatta nel nostro vissuto quotidiano) e in favore dei piccoli esercenti che ora piangono, vuol dire non aver capito nulla: la ragione per cui servizi come Amazon, il food delivery e i supermercati h24 funzionano è perché la società è già cambiata.

Magari a Milano si nota più che a in un paesino della Basilicata ma viviamo già in una società cambiata dove si lavora in modo nuovo e diverso da prima (il piacere di lavorare 12 ore al giorno in ufficio era prima riservato ai workaholic, ora sfido a trovare qualcuno con un lavoro di media responsabilità che faccia i classici orari 9-18).

Non sarà certo rimpiangendo quando i negozi chiudevano alle 19 che si fermerà un cambiamento che sta già avvenendo.

Anzi, ora dirò una cosa un po’ forte, la compassione di una certa intelighenzia verso chi sta piangendo (a ragione) lacrime amare in questi mesi, non li aiuta.

Se questi negozianti al dettaglio non usano il cambiamento come un’opportunità per reinvernatsi, faranno la fine di Marco Columbro e dei giornali: dobbiamo smettere di ragionare come una società dove il benessere economico raggiunto dalla generazione precedente è un diritto per la successiva.

Dobbiamo tornare ad avere fame come la generazione del boom economico, altrimenti, esattamente come avvenne con l’impero romano, i barbari che fanno pressione ai confini dell’impero ci faranno fuori.

Lo scorso marzo ero a Austin per l’SXSW, dove il CTO di Google (uno che come missione nella vita ha quello di creare un computer in grado di pensare come lui autonomamente, giusto per settare le aspettative) ha detto chiaramente che le macchine che si auto-guidano già esistono, mancano solo le infrastrutture.

Non saranno quindi tassisti incazzati che scioperano in mezzo alla fashion week o gli Uber e i Lyft a bloccare l’arrivo di questa tecnologia.

Per sopravvivere professionalmente sarà necessario evolvere.

Anche se un nuovo ecosistema, sconosciuto e con nuove regole, fa paura.

Perché l’ignoto fa paura.

Fa paura quando si parla di orientamento sessuale, figuriamoci quando ci tocca tanto da vicino come nel lavoro o nelle abitudini.

Il punto vero non è combattere per mantenere uno status quo che è obsoleto come un iPhone 6 dopo l’uscita di iOS11 (maledetta Apple, by the way).

Il punto vero è capire come fare ad evolversi per trovare un nuovo modo per fare quello che abbiamo fatto fino a ieri.

Senza avere paura.

Vincere la paura del cambiamento è difficile, soprattutto per chi non ha gli strumenti culturali ed economici per affrontarlo.

Per questo dovremmo essere aiutati da una classe politica illuminata e da sindacati che siano di supporto per raddrizzare le storture, che indubbiamente ci sono, di un’innovazione che sta avvenendo troppo velocemente (e questa è la vera novità rispetto alle innovazioni del passato).

Purtroppo, però, abbiamo una classe politica che fa leva proprio sulla paura dei singoli per guadagnare voti e dei sindacati così arenati nelle lotte per i pensionati da essere incapaci e forse disinteressati a contribuire a disegnare una nuova società che, volenti o nolenti, nostalgici o meno dei bei tempi andati, arriverà comunque.

Siamo in un momento di epocale cambiamento.

Dobbiamo solo decidere se essere quelli che fanno parte del cambiamento o meno.

Invece di fare gli applausi alla scelta suicida della casa editrice che ha deciso di stare fuori da Amazon, bisognerebbe costruire cultura, sistemi normativi e percorsi professionalizzanti per permettere a tutti di trovare il loro nuovo posto in questa nuova società.

Il video, alla fine, non ha ucciso le radio stars.

Ha solo cambiato il modo in cui ci rapportiamo a loro.

E sono certo che lo stesso valga anche per Amazon e per l’innovazione che stanno cambiando il nostro modo di vivere la quotidianità.

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